Caregiver: quando l’estate non è una pausa

Dottoressa Paola Mosini, psicologa e psicoterapeuta di Humanitas PsicoCare.

L’estate richiama immagini di leggerezza, tempo libero e partenze. Per molti rappresenta l’occasione per rallentare e dedicare più spazio a sé stessi. Per chi si prende cura di un genitore anziano, di un partner malato o di un altro familiare fragile, però, questa stagione spesso non coincide con una pausa.

Nei percorsi di cura ospedalieri, accanto ai pazienti, si incontrano ogni giorno anche i loro familiari: figli, coniugi, fratelli che accompagnano, organizzano, sostengono e rassicurano. Gli inglesi hanno una parola specifica per definire queste persone: caregiver. Un termine che identifica chi si prende cura, in modo continuativo, di un proprio caro. Perché non si tratta semplicemente di “dare una mano”, ma di assumere un ruolo che comporta responsabilità pratiche, organizzative ed emotive, spesso per mesi o anni.

La malattia non va in vacanza. Mentre amici e colleghi magari parlano di ferie e weekend, chi assiste una persona cara continua a gestire visite, terapie, farmaci e preoccupazioni che non seguono il calendario. Più che una vacanza, molti caregiver desiderano qualcosa di ancora più semplice: poter abbassare la guardia, anche solo per qualche ora, senza sentirsi responsabili di tutto.

Le emozioni dei caregiver

Senso di colpa

Dal punto di vista psicologico, uno degli aspetti più delicati dell’esperienza del caregiver è la presenza di emozioni apparentemente contraddittorie. Nel lavoro clinico capita spesso di incontrare figli che si sentono in colpa perché desiderano qualche ora per sé o perché, accanto all’amore per un genitore anziano, provano anche stanchezza, rabbia o frustrazione. In realtà, queste emozioni possono convivere. Avere bisogno di una pausa non significa voler meno bene alla persona assistita, ma riconoscere un limite umano. Dare spazio a questa ambivalenza, senza giudicarsi, aiuta a evitare che il senso di colpa prenda il sopravvento.

Solitudine

Accanto a questo vissuto c’è poi una forma di solitudine spesso invisibile. Non dipende soltanto dall’avere meno tempo per sé, ma dalla sensazione che pochi possano comprendere davvero cosa significhi convivere con una responsabilità che non concede pause. Chi si prende cura di un familiare finisce spesso per mettere i bisogni dell’altro davanti ai propri, riducendo progressivamente gli spazi personali, le relazioni e gli interessi. Con il tempo, il ruolo di caregiver rischia di occupare gran parte della propria identità.

Senso di isolamento

Non di rado il caregiver racconta di sentirsi invisibile: l’attenzione è comprensibilmente rivolta alla persona malata, mentre il suo vissuto rischia di passare in secondo piano. Eppure, sostenere chi si prende cura significa contribuire anche al benessere della persona assistita.

L’estate può rendere tutto questo ancora più evidente. Mentre gli altri partono, organizzano vacanze o semplicemente rallentano i ritmi, chi assiste un genitore anziano o un familiare fragile può avere la percezione di vivere in un tempo diverso. Questa distanza dalla quotidianità degli altri può accentuare il senso di isolamento.

Prendersi cura di un familiare significa condividere un percorso che può essere ricco di affetto, ma anche di responsabilità e di emozioni complesse. Quando questo carico diventa difficile da sostenere, concedersi uno spazio di ascolto con uno psicologo può aiutare a comprendere ciò che si sta vivendo, senza dover aspettare che il disagio diventi più intenso. Perché una buona cura non riguarda soltanto il paziente. Riguarda anche chi, ogni giorno, gli resta accanto.

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